Noto con dispiacere che molti studenti vedono la laurea come un traguardo, una meta che segna il termine degli sforzi profusi nello studio. Personalmente mi trovo in totale disaccordo con questa visione. Dal mio punto di vista infatti la laurea è un momento di passaggio che segna l’inizio dello studio vero.
Il percorso fatto per raggiungere l’agognato titolo non equivale infatti alla dispiuta di una competizione, ma all’allenamento di un atleta in vista della gara. Lo scopo di quell’allenamento non può essere l’allenamento stesso, ma l’arrivare ai blocchi di partenza nella forma migliore per puntare a vincere la gara che da lì avrà inizio.
Invece vedo studenti stanchi, svogliati, che non vedono l’ora di “finirla”.
Ma questo bizzarro approccio non è colpa degli studenti. Il fatto è che si è venuto a creare un diabolico meccanismo tritasassi in cui l’università è divenuta un mastodonte autocelebrativo, l’istituto ha smesso di considerarsi un mezzo e si è auto-eletto a fine ultimo. Il disinteresse del corpo docente nei riguardi di cosa faranno gli studenti dopo la laurea è spesso imbarazzante, fatta eccezione per quei pochi studenti che mostrano l’intenzione di fermarsi in università come ricercatori (e tentare la “carriera”).
Gli scopi sono molteplici: rientrare nella graduatoria degli “atenei virtuosi” (legge Gelmini), pubblicare articoli scientifici, mettersi in luce a livello nazionale ed internazionale per l’arditezza delle proprie ricerche, et cetera. Insomma, tutto tranne ciò che dovrebbe essere il vero obiettivo di fondo: dare food for thoughts alle giovani menti in modo che possano arrivare ben preparati (ben allenati) all’inizio della loro vita professionale (la gara).
Ed è così che in altre nazioni ci sono venticinquenni che inventano nuove fonti energetiche riciclabili ed ecocompatibili, trentacinquenni che trovano la cura per rare malattie e quarantacinquenni che vengono addirittura eletti Presidente. Noi nella nostra piccola gerontocrazia italiana sappiamo solo soffocare le persone finchè non sono abbastanza vecchie da morire da sole.
Ragazzi, non fatevi scoraggiare! Credete in voi stessi e cominciate oggi a fare ciò che comunque sarete obbligati a fare domani: studiare per voi stessi! Studiate, lavorate, applicatevi per dimostrare che il genio italiano non è morto. Che Leonardo, Galileo, e mille altre menti gloriose hanno ancora oggi - qui - dei degni eredi.
Mi trovo in piedo accordo con lei Prof.re. Se posso fare un appunto dalla mia esperienza personale, ho notato che molti studenti miei colleghi non vedono solo la laurea come un traguardo, ma come un peso da togliersi.
E nel mezzo di questo percorso accidentato trovano un grosso ostacolo quale è la tesi, che non vedono come una opportunità per fare qualcosa di buono (e magari anche di nuovo), ma come un callo da levarsi in fretta.
Sono molto dispiaciuto di questa situazione, e credo sia motivata dal fatto che, come abbiamo anche discusso privatamente, non c’è interesse nelle idee degli studenti, a cui non si dà una prospettiva al lavoro di tesi, che quindi si vedono costretti a portare avanti progetti che non si sentono propri.
Spero che questo problema non sia esteso, ma mi piacerebbe che anche nel nostro paese le cose un po’ cambiassero e si desse anche più spazio alla ricerca nel nostro campo sia privata che pubblica.
Se non ci sono queste condizioni non ci si può di certo lamentare per la fuga di menti: non hanno alternativa che intraprendere una strada tortuosa all’estero se vogliono avere una minima speranza.
Concordo con te Claudio. E la fuga dei cervelli è la prova empirica di quanto affermato.
@claudio
Veramente io a tutti quelli a cui ho chiesto la tesi (tre) mi han chiesto di proporre idee mie, non uno solo me ne ha proposte di sue.
@fede
mi riesce difficile vedere come un allenamento -e basta- l’università.
Se non avessi una buona memoria non c’avrei messo 2anni2mesi ma 4 o 5 probabilmente, pur sapendo ed avendo imparato comunque le stesse cose.
Assodato questo come fai a non considerare la laurea un peso da toglierti?
Imho è giusto considerarla un traguardo intermedio, piuttosto che un semplice allenamento.
Sul considerarla traguardo finale immagino non ci sia bisogno di spendere parole, chi mai potrebbe pensarlo?
Non è questione di traguardo finale o intermedio. E’ questione di considerarla l’inizio di qualcosa e non la fine.
Beh buon per te, Paolo. Ma tranquillo che non capita a tutti così, e anche se fosse non cambia il fatto che il progetto non riceve sempre l’attenzione o il supporto che merita, altrimenti tranquillo che avremmo molte più occasioni di vedere gente continuare il proprio lavoro nell’ottica di una ricerca a posteriori. Cosa che ho visto succedere molto raramente.
Nel dire “progetti che non sentono propri” non intendo solo dover scegliere proposte dei professori, ma anche portare avanti una propria idea ma che viene plasmata/tagliata/adattata e che di fatto non è più quanto tu avevi originariamente proposto.
Poi non so, magari sarai un privilegiato, magari no, ma ciò non toglie che la realtà è questa e non è molto opinabile.
Concludendo io trovo che la riflessione del Prof. Cremonini sia corretta, e che se vedi la laurea come un peso da togliere allora a mio parere non hai preso e vissuto l’esperienza dell’Università nel modo giusto.
pardon, prof. simonetti
Personalmente non ho mai considerato la laurea come traguardo finale, anche se non riesco a biasimare chi lo considera tale, per via degli elementi citati dal Prof. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto a continuare gli studi all’estero piuttosto che intraprendere il ciclo magistrale a crema e devo purtroppo constatare che le cose girano molto meglio fuori dai confini italiani (e non parlo solo dell’ambito accademico). Tanto per darvi un’idea qua si cerca di fare il possibile per incoraggiare lo studio e la ricerca personale, che non vengono più considerati come un peso, quanto un vero e proprio valore aggiunto. Ho notato inoltre che molto spesso sono i prof che si propongono agli studenti, offrendo interessanti spunti di ricerca, e non viceversa. Detto questo spero che fuggire all’estero non sia diventata davvero l’unica alternativa possibile.
Il problema è quanto è macchinosa e poco elastica l’università italiana…molti cominciano con passione e terminano con soffrenza per uscire di qui..per scappare mi verrebbe da dire.
La tesi è ormai diventata una ricerca scolastica. Ho visto tesi della triennale SCANDALOSE, paragonabili ad esami. Anzi, ho visto e sostenuto esami più tosti rispetto a tesi triennali che ho visto. Le prime sessioni a cui partecipavo (per vedere compagni + vecchi di me) erano tesi da 5 anni (vecchia laurea) ma erano *toste*, preparate per mesi e mesi…sudate. Credo che sia anche colpa dei professori che hanno abbassato un po il livello…tanto per fare numero. Magari ci sarà stata qualche pressione dall’alto
Una volta ho pure sentito un prof che si vantava di quante tesi aveva seguito in un anno…per poi scoprire personalmente che le tesi non venivano neppure lette o seguite. Per il professore alla fine “sei una seccatura”….
sono d’accordo con lei prof, pero è vero anche che molto spesso uno studente non ha la voglia di mettersi a spendere 6/8 mesi di tempo per la propria tesi pensando “ma tanto se la faccio in 2 mesi, inizio a lavorare mezzo anno prima” o cose simili, non capendo che la tesi è una prima reale esperienza (se fatta nel modo giusto) che si avvicina al mondo del lavoro. Credo che professori e studenti siano entrambi complici di questa situazione: la maggior parte dei prof propone tesi che sono fini a se stesse e non veri e propri progetti di sviluppo e ricerca, mentre gli studenti non hanno voglia/coraggio di proporre del LORO nelle tesi proposte dai prof.
Io a crema, di tesi interessanti come progetti ho visto quelle di p. Cremonini, Simonetti e Damiani, piuttosto che per esempio i vecchi progetti di algoritmi di Aringhieri. E guarda caso sono i prof piu innovativi del Polo.
ps: io sono fiero ed orgoglioso del mio (non solo mio hehe) progetto di tesi fatto con Cremonini, e nel tempo libero (poco) cerco di portalo ancora avanti
Prendo spunto dall’ultimo commento di Daniele per ribadire che di colpa, a mio avviso, gli studenti ne hanno poca. La maggior parte della responabilità sta in capo ai professori e - soprattutto - all’organizzazione globale del sistema scolastico italiano che privilegia qualsiasi cosa ad eccezione degli studenti.